27 Agosto 2026
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Ciclismo, l’Uci dice di no al rebreathing: cos’è la pratica dell’inalazione del monossido di carbonio

Ciclismo

Dal regime della tolleranza al veto: dopo aver accettato la cosa, più o meno di buon grado, l’Uci prende posizione sul rebreathing, la pratica che prevede l’inalazione di monossido di carbonio per aumentare il livello di emoglobina nel sangue, e lo fa rimandando la questione alla Wada, chiamata eventualmente a mettere al bando una metodologia di preparazione alle gare che fa molto discutere.

Cos’è il rebreathing

Il rebreathing avviene tramite appositi macchinari che rilasciano nei polmoni una quantità di monossido di carbonio che, nei piani originari dell’azienda produttrice, la danese Detalo Health, dovrebbe servire a scopi diagnostici. Invece, come ventilato da più parti e poi svelato in occasione del Tour de France 2024, molte squadre professionistiche ricorrono a questa pratica sulla quale il primo allarme lo aveva fatto suonare il Movimento per il Ciclismo Credibile (Mpcc). La risposta dell’Uci non si è fatta attendere ed è arrivata in occasione del congresso di Nizza, nel quale la Federazione Ciclistica Internazionale ha illustrato i risultati degli studi condotti negli ultimi tempi, che parlano degli effetti dannosi dell’uso prolungato del rebreathing, che possono condurre addirittura anche alla morte.

Le squadre che fanno uso del rebreathing

Non solo: l’Uci ha anche raccomandato alle squadre un utilizzo della procedura centellinato e sotto stretto controllo medico, prima di passare la questione alla Wada per dirimere la matassa una volta per tutte, con la speranza di immetterla nell’ingresso delle pratiche vietate. Se ne saprà qualcosa di più nei prossimi mesi. Intanto, presumibilmente, le formazioni ciclistiche, anche quelle più in vista come UAE Team Emirates e Visma-Lease a Bike, oltre all’Israel-Premier Tech, continueranno a fare uso del rebreathing per migliorare le prestazioni sportive.

La replica delle squadre

In realtà, proprio queste squadre, quelle rispettivamente, tra gli altri, di Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard e Chris Froome, in passato avevano tranquillizzato tutti sull’utilizzo della pratica, parlando di meri scopi di misurazione degli effetti degli allenamenti in altitudine. Dunque, qualcosa di ben lontano dallo spettro del doping che per primo ha acceso i riflettori sul rebreathing. Anche il timore di far ricadere il ciclismo in vecchi vizi, magari camuffati da metodi moderni, all’avanguardia e forse meno invasivi di altri, in questo momento sta cedendo il passo alla paura che l’inalazione prolungata di monossido di carbonio possa causare seri danni alla salute degli atleti. Non a caso, per ora l’Uci, dopo mesi di ‘silenzio-assenso’, si è limitata a consigliare vivamente un utilizzo centellinato e sotto stretto controllo medico: alla Wada, così tanto attenta e severa sulle sorti di Jannik Sinner, il compito di pronunciarsi definitivamente in un senso o nell’altro.

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